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mercoledì 28 aprile 2010

Integrazione culturale e linguistica

Una piccola storiella metropolitana, nel senso che proprio la Linea 2 della Metropolitana Milanese ha fatto da sfondo a questa scena.
Naturalmente una normale mattina, affollata di gente che si affrettava, chi verso il posto di lavoro, chi verso la scuola e chi verso le normali commissioni di ogni giorno.
Ad un certo punto ad una fermata non meglio precisata, forse Sant'Ambrogio o Sant'Agostino, nei pressi dell'Università Cattolica, sale una coppia di colore. Lei sulla quarantina, capelli a caschetto ben pettinati, impermeabile e stivali di gomma (il giorno pioveva), lui, sulla cinquantina, capelli corti brizzolati, elegante completo blu, camicia bianca, cravatta e valigetta di pelle.
Non ci ho fatto molto caso all'inizio perché la mia testa era immersa in tutt'altri pensieri ma ad un certo punto mi si è acceso un campanello. C'era qualcosa che non tornava in quella coppia. Non era il fatto che fossero entrambi di colore e non era nemmeno il fatto che fossero entrambi vestiti elegantemente rispetto a molti utenti della metropolitana il lunedì mattina. Quello che era strano era come comunicassero fra di loro.
Purtroppo il rumore del convoglio, i discorsi degli altri passeggeri ed il fatto che i due parlassero con un tono di voce moderatamente basso rispetto a tanti altri ha fatto sì che carpissi solo parte del dialogo. Dialogo che, da quanto sono riuscito ad afferrare, verteva di Economia e forse di Università e che si svolgeva in due lingue. Lui si esprimeva in maniera molto competente in correttissimo e colto italiano e lei ascoltava attentamente annuendo e rispondendo in francese.
Mi ha ricordato un altro episodio di cui fui testimone tanti anni fa su un treno di ritorno dalla Francia verso Milano insieme alla mia famiglia.
Io ero troppo piccolo per afferrarlo ma i miei genitori, che erano stati più attenti, avevano ascoltato i discorsi di un gruppo di ragazzi che, evidentemente in giro per l'Europa, passando elegantemente da francese, inglese e forse altre lingue europee, si lamentavano del fatto che noi italiani fossimo pigri e non volessimo parlare altre lingue oltre alla nostra.
Chi era sul vagone, me compreso, e non era distratto da altri pensieri, lunedì mattina ha rivevuto una bella lezione, non solo di economia ma anche di vita. Quella coppia ha dimostrato come sia possibile l'integrazione culturale, capirsi e farsi capire in due lingue diverse. Una lezione a cui avrebbe dovuto assistere chi, vedendo lo straniero come nemico dell'"italianità", pur di allontanarlo, per scoraggiarlo a rimanere gli impone test e esami di italiano come condizione per poter rimanere e lavorare onestamente
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martedì 17 febbraio 2009

Lo strano mistero della morte della lingua italiana

Altro che gialli con cadaveri rinvenuti all'interno di sarcofaghi in cantine polverose e sui quali indagano fior di investigatori con lente di ingrandimento, mantellina e cappello.

Ecco un delitto che si consuma alla luce del sole, tutti i giorni. Un delitto di cui conosciamo il colpevole. O i colpevoli. Ma per il quale non verrà mai emessa una sentenza di condanna.


La vittima non è un essere umano e nemmeno animale. E' però qualcosa di vivo perché è la lingua che utilizziamo tutti i giorni per comunicare.

Chi non si ricorda le orrende espressioni di qualche anno fa come per esempio "un attimino" per dire "un po'". "E' un attimino lento" che è già una contraddizione in termini visto che attimo è un sostantivo che indica uno spazio di tempo, di solito breve, mentre lento è qualcosa che ha a che fare con la velocità. O chi non inorridisce a sentire espressioni come "ti chiamo sul cellulare" immaginando una persona che sbraita chiamando l'amico mentre il povero cellulare viene schiacciato sotto il suo peso.

L'ultimo colpo che è stato inferto alla povera lingua di Dante e di Manzoni è di questi giorni. La pubblicità di una compagnia di servizi telefonici che invita i propri utenti a "ringare" un certo numero per ottenere informazioni su ristoranti, alberghi, ecc. ecc. Mi viene un travaso di bile ogni volta che la sento alla radio, a tradimento. E quando sono in macchina rischio ogni volta di uscire di strada.

Mi sembra un tale affronto, al pensiero di quando si andava a scuola e si scrivevano i temi in italiano cercando di prestare la massima attenzione alle parole e alla forma. Altrimenti i fogli corretti diventavano campi di battaglia e i voti calavano.

Ultimamente sembra che sia una moda inventare nuovi neologismi oppure usare termini anglosassoni quando la stessa espressione italiana renderebbe benissimo ciò che si sta dicendo. O, peggio ancora, nello scritto, utilizzare il cosiddetto "essemmese" con delle trasgressive "k" al posto del "ch" o della "c" dura. "Kiedere" al posto di "chiedere" o "kosa" al posto di "cosa". Il capufficio fra un po' diventerà un "kapò".

La chiamano l'evoluzione della lingua.

Di sicuro c'è una bella differenza fra l'italiano che parlavano Dante e Boccaccio e quello che usava Manzoni che, dopo aver scritto la prima versione dei "Promessi sposi" andò a risciacquare la lingua in Arno. Ed è giusto che la lingua si evolva, diventi più spedita, al passo con i tempi e che faccia tesoro di quello che arriva anche dalle altre culture con cui viene in contatto. Ma senza perdere la propria identità.

Certe espressioni come "ringare" al posto di "telefonare" sono un'offesa verso coloro che nei secoli hanno contribuito allo sviluppo e all'evoluzione della nostra lingua e sono un'offesa verso di noi che ascoltiamo e che in passato ci siamo applicati per imparare a utilizzarla in modo corretto. Sono un grave danno nei confronti di chi si sta formando una cultura, come bambini e ragazzi che vanno a scuola, ma anche degli stranieri che la stanno imparando.

E in tal senso la contaminano imbarbarendola gravemente.